La Soglia della Supercoscienza
- Hermes

- 2 giorni fa
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Quando capire non basta più.

C’è un momento, nel cammino spirituale, in cui qualcosa cambia.
Non è un’esperienza mistica. Non è una visione. Non è una sensazione particolare.
È un momento più silenzioso. Più serio.
Ti rendi conto che tutto ciò che hai letto finora non basta. Che la mente può capire, ma non può attraversare la soglia.
Ed è qui che inizia davvero il discorso sulla supercoscienza.
Quando si sente parlare di “supercoscienza”, la mente costruisce immagini.
Stati luminosi. Estasi. Poteri nascosti. Vibrazioni elevate.
Ma Mouni Sadhu era estremamente chiaro, la supercoscienza non è un’esperienza straordinaria.
È uno stato di lucidità così totale che l’ego non può sopravvivere al suo interno.
Non è qualcosa che “ti accade”.
È ciò che rimane quando tutto ciò che non sei cade.
Molti cercano stati alterati. La supercoscienza non è uno stato alterato. È uno stato naturale, ma dimenticato.
Come il cielo quando le nuvole si dissolvono. Le nuvole sono rumorose, cambiano forma, si muovono. Il cielo no. È sempre lì.
Il problema non è che la verità sia lontana.
È che la mente è troppo rumorosa per riconoscerla.
Viviamo identificati con i pensieri . Con le emozioni .Con la storia personale. Con i ruoli.
“Questo sono io. ”Ma è davvero così?
Se un pensiero cambia, sei cambiato tu?
Se un’emozione arriva e poi va via, sei tu che vai via?
Se il corpo invecchia, chi sta osservando l’invecchiamento?
E la supercoscienza comincia proprio lì: nel momento in cui inizi a sospettare che tu non sia ciò che pensavi di essere.
Sadhu parlava di supercoscienza come “del futuro”.
Non nel senso fantascientifico. Ma evolutivo.
L’umanità ha sviluppato la mente razionale. Ha sviluppato la scienza, la tecnologia, la capacità di analizzare.
Ma non ha ancora imparato a governare la propria coscienza.
Abbiamo potere esterno. Ma poca padronanza interiore.
Il futuro non è avere più informazioni. È avere più presenza.
Non è accumulare conoscenza. È trascendere l’identificazione con la mente che conosce.
La supercoscienza non è fuga dal mondo. È la maturità della coscienza nel mondo.
Qui arriva il punto che pochi vogliono sentire.
La supercoscienza non si ottiene per entusiasmo. Non per curiosità. Non per accumulo di libri spirituali.
Richiede preparazione.
E la preparazione non è mistica. È concreta.
Una mente dispersa non può sostenere la lucidità totale. Un carattere dominato dalle passioni non può reggere uno stato puro. Un ego fragile non può sopportare di dissolversi.
È come voler guardare il sole senza aver rafforzato gli occhi. La luce non è il problema. È la debolezza della vista.
Sadhu insisteva su questo punto perché aveva visto troppe persone inseguire esperienze senza aver costruito fondamenta.
La supercoscienza non è il primo passo. È il risultato naturale di un lavoro paziente.
C’è una fase nel cammino che è quasi invisibile.
Non accadono cose spettacolari. Non ci sono visioni. Non ci sono stati esaltanti.
C’è solo un lento processo di interiorizzazione.
Cominci a osservare i tuoi pensieri. Non li combatti. Li vedi.
Cominci a notare le reazioni automatiche. Non le giustifichi. Le riconosci.
Cominci a intuire che c’è una presenza silenziosa dietro tutto.
Non è ancora realizzazione. Ma è l’inizio della disidentificazione.
È come accorgersi, per la prima volta, che il rumore della città non è la città stessa. C’è uno spazio dietro il rumore.
Molti ricercatori hanno brevi aperture.
Un momento di pace profonda. Un senso di unità. Una dissoluzione temporanea del senso di “io”.
E credono di essere arrivati.
Sadhu era molto diretto su questo: un’esperienza non è realizzazione.
Un’esperienza ha inizio e fine. La supercoscienza è uno stato stabile.
Se dipende dalle condizioni, non è ancora quella.
Se scompare quando ti arrabbi o quando qualcuno ti critica, non è ancora quella.
Questo non per scoraggiare. Ma per rendere il cammino reale.
Arriva un momento in cui la ricerca cambia tono.
Non è più curiosità. Non è più interesse intellettuale.
Diventa necessità.
La domanda “Chi sono io” smette di essere una frase affascinante e diventa urgente.
Non vuoi più risposte prese in prestito. Vuoi vedere direttamente.
E qui nasce qualcosa di nuovo, la volontà di lavorare su di sé con disciplina.
Non per migliorare l’ego. Ma per andare oltre.
Prima ancora di iniziare tecniche precise, c’è un atteggiamento da coltivare.
Onestà radicale. Pazienza. Costanza.
Accettare che il percorso non sarà rapido .Accettare che la mente opporrà resistenza. Accettare che l’ego non cederà facilmente il controllo.
La supercoscienza non è per chi cerca consolazione. È per chi cerca verità.
E la verità non lusinga l’identità. La dissolve.
Se sei arrivato fin qui, forse senti qualcosa.
Non eccitazione. Non entusiasmo superficiale.
Ma una specie di silenziosa determinazione.
Sai che non basta capire. Sai che leggere non è attraversare.
Sai che la soglia è reale.
La domanda ora non è più “Esiste la supercoscienza?” La domanda è:
Sono disposto a prepararmi seriamente?
Perché il prossimo passo non sarà teorico.
Non sarà poetico. Sarà concreto.
Sarà sedersi. Osservare.
Allenare la mente.
Ripulire il carattere.
Indagare chi sei realmente.
Nel prossimo articolo e nel successivo soprattutto , entreremo nel punto più pratico, da dove iniziare davvero, giorno per giorno, senza illusioni e senza scorciatoie.
Perché la supercoscienza può essere il destino dell’umanità. Ma diventa reale solo per chi ha il coraggio di cominciare.
E cominciare significa una cosa sola:
Praticare.



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