Guida Pratica alla Supercoscienza
- Hermes

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 16 min
Come Iniziare Davvero il Cammino
Nei primi tre articoli abbiamo viaggiato attraverso la vita di Mouni Sadhu, abbiamo affrontato la sua verità scomoda sulla preparazione spirituale, ed abbiamo esplorato i mondi sottili e il Sentiero Diretto. Ora arriva il momento più importante: quello in cui chiudi il libro e ti chiedi "E adesso? Da dove comincio davvero?"

Il Divario Tra Sapere e Fare
C'è un momento particolare nel percorso di ogni ricercatore spirituale. Hai letto libri, forse molti. Hai compreso concetti profondi. Sai cosa dovrebbe accadere durante la meditazione, conosci i termini sanscriti, puoi persino citare i maestri.
E poi ti siedi, chiudi gli occhi, e... niente. La mente vaga dopo tre secondi. Ti ritrovi a pensare alla lista della spesa. Ti chiedi se stai facendo bene. Ti alzi dopo cinque minuti sentendoti inadeguato.
Mouni Sadhu conosceva bene questo divario. Scriveva: "Esiste una sproporzione sfortunata tra la conoscenza materialistica e quella della psicologia pratica." Diceva "psicologia pratica" ma intendeva qualcosa di molto specifico: la scienza di come funziona davvero la tua mente, appresa attraverso l'osservazione diretta, non dai libri.
Questo articolo non è per riempire quel divario con più teoria. È per costruire un ponte pratico, passo dopo passo, che tu possa attraversare partendo da dove sei oggi.
Primo: Guarda Dove Sei, Non Dove Vorresti Essere
Prima di qualsiasi altra cosa, Sadhu ti chiederebbe di fare una cosa che sembra semplice ma che in realtà pochi fanno: essere brutalmente onesto su dove ti trovi adesso.
Non dove pensi dovresti essere. Non dove i tuoi libri di spiritualità suggeriscono che dovresti essere.
Prendi carta e penna. Sì, carta vera, non il telefono. C'è qualcosa nel movimento della mano che scrive che coinvolge la mente in modo diverso. E rispondi a queste domande come se nessuno le leggerà mai (perché nessuno dovrebbe):
Per quanto tempo riesci a mantenere l'attenzione su una singola cosa?
Non "dovresti riuscire" o "una volta ci sono riuscito", ma quanto dura mediamente prima che la tua mente scivoli via verso altro. Trenta secondi? Due minuti? Cinque? Sii preciso.
Quali passioni dominano ancora la tua vita interiore?
Rabbia che ribolle quando qualcuno ti contraddice? Gelosia sottile quando vedi il successo altrui? Desiderio di riconoscimento che ti spinge a mostrare quanto sei spirituale? Avidità mascherata da "sicurezza"? Non giudicarle, nominale semplicemente.
Quanto spesso ti identifichi completamente con i tuoi pensieri?
Quante volte al giorno credi di essere quella voce nella testa, invece di notare che c'è qualcuno che sta ascoltando quella voce?
Quanto tempo dedichi davvero alla trasformazione interiore?
Non leggere articoli sulla meditazione. Non guardare video di guru su YouTube. Ma stare seduto in silenzio con la tua coscienza, facendo il lavoro reale.
Sadhu non ti chiede questo per farti sentire inadeguato. Te lo chiede perché non puoi navigare verso una destinazione se menti sulla tua posizione attuale. È buon senso, quello che lui chiamava sempre la bussola più affidabile.
Secondo: Costruire Fondamenta (O annegherai a metà della Manica)
Ricordi l'analogia della Manica? Non puoi attraversarla senza saper nuotare. E nel nostro caso, nuotare significa concentrazione reale.
Non l'attenzione diffusa con cui leggi i social. Non la concentrazione che usi per completare un compito al lavoro. Ma quella capacità rara, quasi perduta nel nostro tempo, di mantenere la mente perfettamente immobile su un singolo punto.
Sadhu dedicò un intero libro a questo - "Concentration" - perché sapeva che qui si vince o si perde la partita. La maggior parte delle persone salta questo passaggio. Vogliono esperienze mistiche, illuminazioni, samadhi. Ma la loro mente è come un cavallo selvaggio che li disarciona dopo tre secondi.

I Primi Tre Mesi:
Il Viaggio della Concentrazione
Immagina di iniziare con cinque minuti al giorno. Solo cinque. Ma cinque minuti veri, non "cinque minuti mentre penso ad altro".
Nelle prime quattro settimane, scegli un oggetto fisico semplice. Una candela accesa è perfetta - la fiamma danza leggermente, cattura l'occhio. Oppure un punto sulla parete, un piccolo oggetto che ti piace. Siediti con la schiena dritta ma comoda (non rigida come un soldato, ma nemmeno ciondolante). E guarda quell'oggetto.
Guarda senza sbattere le palpebre per quanto riesci. Quando la mente inizia a vagare - e lo farà, magari dopo dieci secondi - riportala gentilmente. Non arrabbiarti con te stesso. Sadhu diceva sempre: sii fermo ma gentile, come un maestro paziente con un bambino distratto.
E poi, la sera, scrivi: quante volte la mente è fuggita? Venti volte? Cinquanta? Non importa il numero. Importa che lo noti senza giudizio. Stai mappando il territorio della tua mente.
Dopo il primo mese, quando hai stabilizzato questa pratica, passa al respiro. Chiudi gli occhi e concentrati sulla sensazione fisica dell'aria che entra ed esce dalle narici. È sottile, quasi impercettibile. Conta mentalmente: inspiro (1), espiro (2), inspiro (3), espiro (4)... fino a 10. Poi ricomincia.
Perderai il conto. È inevitabile. Improvvisamente sarai al respiro 4 e ti accorgerai che stai pensando a una conversazione di ieri. Sorridi, torna a 1. Senza irritazione. Il gioco è proprio questo: notare quando sei scivolato via, e tornare.
L'obiettivo dopo due mesi? Completare almeno tre cicli completi - trenta respiri - senza perdere il conto. Sembra poco. È moltissimo.
Nel terzo mese, quando la mente ha iniziato ad assaporare la quiete, introduci un mantra o una frase sacra. "Om" se ti risuona. "Kyrie eleison" se vieni dalla tradizione cristiana. "So Ham" che significa "Io sono Quello". O qualsiasi frase che tocca il tuo cuore spirituale.
Ripetila mentalmente in sincronia col respiro. Lentamente, come un'onda che si infrange sulla riva. La mente inizierà a stabilizzarsi in modi che prima sembravano impossibili. E potrebbero emergere emozioni sepolte - tristezza improvvisa, gioia senza motivo, antiche paure. Lascia che fluiscano attraverso di te come nuvole nel cielo. Osserva ma non attaccarti.
Dopo tre mesi, Sadhu ti chiederebbe: riesci a mantenere l'attenzione concentrata per almeno cinque minuti continui? Se la risposta è no, non andare oltre. Non è un fallimento. È onestà. Continua a lavorare su questa base. Ogni grande edificio spirituale è crollato perché qualcuno ha avuto fretta di saltare le fondamenta.
Terzo: Pulire la Casa Interiore (Perché la Meditazione Non È Fuga)
C'è un'idea romantica della spiritualità che Sadhu demoliva con la sua solita schiettezza: l'idea che puoi meditare via i tuoi difetti caratteriali. Che puoi trascendere senza trasformare.
Non funziona così. Una mente agitata da rabbia, gelosia, avidità, lussuria, orgoglio - quelle che nelle tradizioni orientali chiamano klesha e nel cristianesimo "passioni" - non può stabilizzarsi negli stati sottili di consapevolezza.
È come cercare di vedere il fondo di un lago mentre continui a gettarvi pietre. L'acqua rimane torbida. Puoi proclamare quanto vuoi che stai meditando profondamente, ma se il tuo carattere è dominato da passioni incontrollate, stai solo ingannando te stesso.
L'Arte Gentile dell'Osservazione
Sadhu non predicava moralismo vittoriano.
Chiamava questo lavoro "igiene spirituale".
E proponeva qualcosa di radicalmente semplice: osserva.
Dedica una settimana a osservare la non-violenza (ahimsa). Non solo la violenza fisica - quella è ovvia. Ma quella sottile, quotidiana, invisibile. Ogni pensiero critico tagliente verso qualcuno. Ogni giudizio mentale. Ogni volta che ti senti superiore. Ogni sarcasmo che usi come arma nascosta.
Scrivili. Alla fine della settimana, rileggi. Probabilmente resterai sorpreso - forse scioccato - da quanta violenza sottile produci inconsapevolmente. Non è per colpevolizzarti. È per vederla, perché solo ciò che è visto può essere trasformato.
La settimana successiva, osserva la verità (satya). Le piccole menzogne che tutti diciamo. Le esagerazioni per rendere una storia più interessante. Le omissioni strategiche. Le mezze verità che sono mezze menzogne. Quanto spesso manipoli la realtà per convenienza?
Poi arriva l'asteya, il non-rubare. E qui Sadhu diventa sottile: non solo rubare oggetti. Ma rubare tempo altrui con ritardi cronici. Rubare energia con bisogno compulsivo di attenzione sui social. Rubare meriti appropriandoti di idee altrui. Rubare spazio mentale con lamentele che prosciugano chi ti ascolta.
Settimana dopo settimana, passa attraverso le cinque astensioni (yama) e le cinque osservanze (niyama). Una al mese se serve. Non c'è fretta. Sadhu diceva che questo lavoro non finisce mai - diventa solo più sottile, più profondo, più onesto.
E parallelamente coltivi le qualità opposte. Gratitudine reale - non il "sono grato" ripetuto meccanicamente, ma quel momento serale in cui senti profondamente riconoscenza per tre cose specifiche della giornata. Disciplina gentile - scegliere una pratica e mantenerla per quaranta giorni, anche solo cinque minuti, senza scuse. Studio di sé - ogni sera cinque minuti di diario: "Oggi quando ho reagito con rabbia, chi stava reagendo? Ero io o un pattern automatico?"
Quarto: La Domanda Che Dissolve L'Illusione
Ed eccoci al cuore del Sentiero Diretto che Sadhu ereditò da Ramana Maharshi. Una pratica così semplice da descrivere che può essere spiegata in una frase, e così difficile da praticare che pochi la mantengono per più di qualche giorno.
"Chi sono io?"
Non come speculazione filosofica da salotto. Non come domanda a cui rispondere intellettualmente con "sono l'anima", "sono coscienza", "sono Brahman". Quelle sono risposte prese in prestito, concetti.
Ma come indagine viva, bruciante, presente.
Come Si Pratica Davvero
Dopo la tua pratica di concentrazione - quando la mente è già un po' quieta - siedi ancora qualche minuto. Porta l'attenzione non sui pensieri, non sulle sensazioni, ma su chi sta osservando i pensieri e le sensazioni.
C'è un pensiero: "Ho fame". Ok. Chi nota quel pensiero? C'è un'emozione: tristezza. Chi è consapevole di quella tristezza? C'è una sensazione: il respiro che entra. Chi sente il respiro?
Chiedi mentalmente, con intensità gentile: "Chi sono io?"
E poi... non fare niente. Non cercare risposte. Non formulare teorie. Rimani nella domanda come un sub che si immerge in acque profonde. Scendi, scendi, scendi verso la sorgente da cui emerge il senso di "io".
All'inizio non succederà nulla di drammatico. La mente continuerà a vagare. Ma se perseveri - dieci minuti al giorno dopo la concentrazione - qualcosa inizia a cambiare. Lentamente, si crea una distanza tra te e i tuoi pensieri. Noti che c'è consapevolezza dei pensieri, quindi tu non puoi essere i pensieri.
Noti che c'è consapevolezza delle emozioni, quindi tu non puoi essere le emozioni.
Noti che c'è consapevolezza del corpo, quindi tu non puoi essere il corpo.
E allora... chi sei?
Portarla Nella Vita
Sadhu insisteva: questa pratica non è solo per i dieci minuti sul cuscino. È per la vita. Quando emerge una forte emozione - rabbia improvvisa, paura, desiderio - fermati per dieci secondi. Chiedi: "Chi sta provando questo?"
Non per sopprimere l'emozione. Ma per notare che c'è qualcuno che la sta provando, e quello che osserva non può essere ciò che è osservato. Ripeti questa pratica cento volte al giorno. Mille volte. Crea progressivamente quella dis-identificazione che è la porta della liberazione.
Un avvertimento: questa pratica può destabilizzare temporaneamente l'identità ego. Potresti sentirti strano, come se non sapessi più chi sei. È normale. È il segno che il lavoro sta procedendo. Ma se diventa troppo intenso, rallenta. Rinforza la pratica di concentrazione. Non c'è competizione, non ci sono medaglie per chi va più veloce.
Quinto: Leggere Come Un Alchimista
Sadhu aveva un rapporto particolare con i libri. Da un lato, raccomandava pochissime letture. Dall'altro, quelle poche dovevano essere assorbite, non divorate.
C'è un modo di leggere che è puro consumo. Finisci un libro spirituale in due giorni, ti senti ispirato per tre, poi passa. E cerchi il prossimo libro, il prossimo insegnamento, come un consumatore insaziabile.
E c'è un altro modo - quello che Sadhu chiamava studio contemplativo. Tre volte a settimana, mezz'ora. Scegli un testo sacro che risuona profondamente con te. Bhagavad Gita. Imitazione di Cristo. Vivekachudamani di Shankaracharya. I Vangeli. Tao Te Ching.
Leggi lentamente solo uno o due paragrafi. Non di più. Poi chiudi il libro e siedi in silenzio per cinque minuti. Lascia che quelle parole risuonino nelle caverne della tua coscienza. Non analizzare, non memorizzare. Assorbi.
Dopo, chiedi: "Come questa verità si applica alla mia vita oggi? Non in teoria, ma concretamente?" E scrivi un'intuizione, anche breve.
Sadhu raccomandava particolarmente quattro testi che lui stesso aveva studiato per decenni: l'Imitazione di Cristo (che portava con sé anche durante la prigionia), il Vivekachudamani, il breve ma devastante "Chi sono io?" di Ramana Maharshi, e i Vangeli letti non come dottrina ma come mappa della trasformazione interiore.
Sesto: Creare Rituali Che Ancorano l'Anima
Sadhu insisteva su un punto che sembra banale ma è cruciale: la regolarità batte l'intensità.
Meglio cinque minuti ogni singolo giorno per un anno, che tre ore una volta al mese. Perché la trasformazione della coscienza non avviene attraverso picchi drammatici, ma attraverso la goccia costante che scava la roccia.
Il Risveglio Spirituale (Letteralmente)
Immagina di svegliarti e, prima di fare qualsiasi altra cosa - prima di guardare il telefono, prima di controllare le email, prima di immergerti nel flusso della giornata - dedicare mezz'ora alla tua vera natura.
Cinque minuti di pulizia fisica - il corpo è il tempio, non puoi meditare se ti senti sporco. Poi dieci-quindici minuti di concentrazione sul respiro o sul mantra. La mente è ancora fresca, non ancora aggrovigliata nei mille pensieri della giornata.
Poi altri dieci-quindici minuti di Vichara, quell'indagine silenziosa: "Chi sono io?" Seguiti da cinque-dieci minuti di lettura contemplativa - un breve passaggio, non di più. E infine due minuti per stabilire un'intenzione: "Oggi ricorderò chi sono realmente. Sotto i pensieri, le emozioni, i ruoli - chi sono?"
Non serve più tempo. Serve costanza assoluta.
La Ricapitolazione Serale
E poi la sera, prima di dormire, un altro rituale semplice ma potente. Quindici-venti minuti per rivedere la giornata come un osservatore neutrale. Non per giudicarti, non per rimuginare su errori, ma per notare.
Quando oggi ti sei identificato completamente con l'ego? Quando ti sei sentito offeso e quella sensazione ha dominato la tua mente per ore? Quando hai reagito automaticamente invece di rispondere consapevolmente? E quando - anche per pochi istanti - sei stato presente?
Cinque minuti di perdono gentile. Perdona te stesso per le identificazioni egoiche. Perdona gli altri. Non come sforzo morale, ma come rilascio pratico di ciò che non serve più portare.
Tre minuti di gratitudine reale. Per l'opportunità di praticare. Per i maestri che hanno tracciato la via. Per il mistero stesso della vita.
E due minuti di affidamento. Lascia andare la giornata. Consegnala al mistero più grande. "Non la mia volontà, ma la Tua." E dormi.
Settimo: Quando Incontri I Draghi Del Sentiero
Sadhu era realista in un modo che molti maestri spirituali non sono. Non ti diceva che il percorso sarebbe stato tutto luce e beatitudine. Ti avvertiva degli ostacoli - quelli che tutti incontrano, prevedibili come le stagioni.
Il Torpore Che Sussurra Scuse
Arriverà una mattina in cui ti sveglierai e la mente dirà: "Oggi sono troppo stanco. Salto la pratica, recupero domani." Questa è tamas, l'inerzia spirituale. E qui si vede chi sei davvero.
Sadhu direbbe: pratica comunque. Anche solo cinque minuti. Anche solo tre. Perché non si tratta del risultato di quella sessione - si tratta di spezzare il potere dell'inerzia. Se cedi oggi, sarà più facile cedere domani. Se pratichi oggi, anche male, mantieni acceso il fuoco.
L'Agitazione Che Non Trova Pace
Altre volte ti siederai e la mente sarà una scimmia impazzita. Salterà da pensiero a pensiero come una palla in un flipper. Non riuscirai a concentrarti nemmeno trenta secondi. Questo è rajas, l'agitazione mentale.
Non combatterla direttamente. Torna al corpo. Alzati, cammina lentamente consapevolmente per cinque minuti. Lava i piatti con attenzione totale. Poi riprova. A volte la strada per calmare la mente passa attraverso il corpo.
Il Fascino Pericoloso dei Fenomeni
E poi, se pratichi seriamente, arriveranno esperienze. Forse visioni durante la meditazione. Sensazioni di energia che sale lungo la colonna. Luci, suoni interiori, stati di espansione temporanea. Fenomeni psichici.
Qui Sadhu era cristallino: non attaccarti. Non cercarli. Non vantartene con gli amici. Sono segnali di strada, non la destinazione. Come i cartelli sull'autostrada - ti dicono che stai andando nella direzione giusta, ma non sono la città che cerchi.
L'ego spirituale adora queste esperienze. Le colleziona come trofei. "Ho visto una luce blu." "Ho sentito un'energia incredibile." E intanto, mentre parla di esperienze, l'ego si rinforza invece di dissolversi.
L'Orgoglio Vestito da Monaco
Forse l'ostacolo più subdolo: pratichi ogni giorno, leggi testi sacri, la tua vita è disciplinata. E inizia a insinuarsi un senso sottile di superiorità. "Io pratico, non come quelle persone superficiali che vivono solo per lavoro e divertimento."
Quando noti questo (e lo noterai, se sei onesto), fermati. Chiedi: "Chi si sta sentendo superiore? Chi ha bisogno di sentirsi speciale?" È ancora l'ego, solo che ora indossa abiti spirituali invece di abiti mondani.
L'Aridità - La Notte Oscura
E poi, forse dopo mesi o anni di pratica, arriva qualcosa di inaspettato. La pratica diventa arida. Non senti più nulla. Nessuna esperienza. Nessun progresso percepibile. Nessuna gratificazione. Mesi in cui sembra di stare girando a vuoto.
Sadhu, che aveva studiato San Giovanni della Croce tanto quanto Patanjali, diceva: questo è spesso il segno del progresso più profondo. L'ego si sta dissolvendo, e l'ego non va via pacificamente. Va via trascinando i piedi, togliendo ogni gratificazione, sperando che tu molli.
Persevera. Questa è la notte oscura che precede l'alba. È quando abbandoni ogni speranza di "ottenere qualcosa" dalla pratica che la porta può finalmente aprirsi.
Ottavo: La Vita Stessa Come Pratica
Sadhu viveva come meccanico elettrico. Questo è fondamentale da capire. Non fuggì in una grotta himalayana. Non passava quattordici ore al giorno in meditazione formale. Lavorava, pagava le bollette, viveva in città.
Perché il vero test della realizzazione non è come mediti sul cuscino. È come vivi quando non stai meditando.
Puoi avere esperienze mistiche durante la meditazione e poi essere impaziente, giudicante, reattivo nella vita quotidiana. Questo significa che non c'è stata vera trasformazione, solo esperienze temporanee.
Il Sacro Nel Quotidiano
Qualunque sia il tuo lavoro - lavare piatti, scrivere codice, curare pazienti, guidare un taxi - fallo con presenza totale. Non come obbligo noioso in attesa di tornare a "fare spiritualità". Ma come pratica stessa.
Lavi i piatti? Senti l'acqua calda sulle mani. Nota il movimento circolare della spugna. Sei totalmente lì. Non stai pianificando il futuro, non stai rimuginando sul passato. Sei presente in questo atto semplice. Questo è zen. Questo è karma yoga. Questo è preghiera in movimento.
Ogni persona che incontri è uno specchio. Quella che ti irrita particolarmente? Sta mostrando un aspetto non risolto in te - altrimenti non ti toccherebbe così profondamente. Invece di reagire con la solita irritazione automatica, fermati. Respira. Chiedi: "Cosa mi sta insegnando questa persona? Quale parte di me non vuole vedere?"
Prima di comprare qualcosa, prima di mangiare compulsivamente, prima di aprire per la centesima volta i social, fermati tre secondi. Chiedi: "Chi vuole questo? È un bisogno reale o una fuga dall'essere presente con me stesso?"
Un'ora a settimana, pratica il silenzio totale. Niente parole, niente media, niente stimoli. Solo essere. All'inizio sembrerà impossibile. Poi diventerà rifugio.
E almeno una volta al giorno, ricorda che morirai. Forse oggi, forse domani, forse tra cinquant'anni. Ma accadrà. E quando accadrà, cosa avrà davvero importanza? I like sui social? La promozione al lavoro? O aver scoperto chi sei realmente?
Nono: La Progressione Dei Tre Libri
Sadhu non scrisse tre libri per caso. Li strutturò come un percorso graduale, intenzionale. E qui vediamo ancora la sua spiritualità senza sconti: non puoi saltare passi.
"In Days of Great Peace" è l'apertura del cuore. È il libro che leggi quando vuoi capire cosa è possibile. Quando hai bisogno di ispirazione, di sentire che c'è davvero qualcosa oltre la vita ordinaria. Leggilo per lasciare che il fuoco del desiderio spirituale si accenda in te.
Ma poi serve sostanza. Serve tecnica. E quello è "Concentration" - il manuale operativo vero. Sadhu dice esplicitamente: non andare oltre fino a quando non hai sviluppato vera concentrazione. Non è questione di mesi predefiniti. È questione di capacità reale. Quando riesci a mantenere la mente immobile per almeno cinque-dieci minuti, allora - e solo allora - sei pronto per il terzo libro.
"Samadhi" è denso, profondo, richiede maturità interiore. Non è per principianti. Leggilo lentamente. Rileggi paragrafi più volte. Contemplali. Lascia che si depositino come sedimenti sul fondo dell'anima. Applica le pratiche avanzate gradualmente.
Questo percorso può richiedere uno o due anni. E va bene. Non è una competizione. Come diceva Sadhu citando il buon senso: vuoi diventare chirurgo? Anni di studio. Vuoi diventare musicista di livello mondiale? Decenni di pratica. Perché dovrebbe essere diverso per la realizzazione del Sé?
Decimo: Pazienza, La Virtù Che Nessuno Vuole
E qui arriviamo all'ultima verità, quella che fa arrabbiare chi cerca scorciatoie: questo è un lavoro di anni, non di mesi. Chi promette risultati rapidi mente, punto.
Nei primi tre mesi, se sei costante, noterai che la pratica si stabilizza. Ci sono momenti - brevi, fugaci - di vera concentrazione. La mente vaga meno. Cominci a notare pattern automatici che prima erano invisibili.
Nei primi sei mesi, l'identificazione automatica con pensieri ed emozioni inizia a ridursi. Non è che i pensieri scompaiono. Ma noti più rapidamente quando ti sei perso in loro, e torni più facilmente.
Nel primo anno, se hai praticato con costanza, la mente è notevolmente più calma di prima. Arrivano intuizioni spontanee sulla natura del Sé - non da libri, ma da dentro. Brevi aperture in cui vedi con chiarezza cosa intendevano i maestri.
Tra il secondo e terzo anno, gli stati di presenza si prolungano. Ci sono "assaggi" di coscienza espansa - momenti in cui il senso di separazione si dissolve temporaneamente. Ma sono ancora intermittenti.
E oltre? Imprevedibile. Dipende dalla grazia, dal karma, dall'intensità della pratica, dal lavoro delle vite passate se ci credi. O semplicemente dal mistero.
Sadhu stesso raggiunse il nirvikalpa samadhi dopo anni di preparazione intensa, mesi ai piedi del Maharshi, e forse una vita (o più vite) di ricerca precedente. Non accadde in un weekend.
Il Consiglio Che Contiene Tutto
Se davvero dovessi distillare tutta la saggezza pratica di Mouni Sadhu in una singola frase - quella che porteresti su un'isola deserta, quella che ricorderesti sul letto di morte - sarebbe questa:
"Pratica ogni giorno, anche solo per cinque minuti, con la massima sincerità. Non cercare esperienze straordinarie. Cerca di conoscere chi sei realmente. Il resto verrà da sé."
Non servono tecniche complicate. Non servono iniziazioni esoteriche. Non servono guru esterni (anche se un maestro realizzato può indicare la via più rapidamente). Serve costanza, onestà brutale, e desiderio bruciante di verità.
Ogni giorno. Anche quando non hai voglia. Anche quando sembra non succedere nulla. Anche quando la vita è caotica. Cinque minuti. Dieci. Venti se riesci. Ma ogni singolo giorno.
Perché la trasformazione non avviene attraverso grandi gesti drammatici. Avviene attraverso la goccia che cade sulla roccia, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fino a che la roccia si spacca e sgorga l'acqua viva.
L'Eredità Vivente
Mouni Sadhu morì nel 1971 a Melbourne, lasciando i suoi libri e i suoi appunti alla Australian Society of Authors. Ma la sua vera eredità non è nei libri - è in ogni persona che prende sul serio la pratica, che non cerca scorciatoie, che chiede onestamente "Chi sono io?" e non si accontenta di risposte prese in prestito.
Il libro "Samadhi - La supercoscienza del futuro" non è un testo da leggere comodamente in poltrona sentendosi ispirati per tre giorni. È un manuale operativo per l'evoluzione della coscienza, scritto da qualcuno che ha effettivamente percorso quel territorio.
Non sostituisce il lavoro. Non elimina la necessità di praticare. Ma illumina la strada con quella chiarezza particolare che hanno solo le persone che hanno visto l'alba dopo la notte più oscura.
E ti lascia con una domanda - la stessa che risuona attraverso tutti e quattro questi articoli, la domanda che alla fine è l'unica che conta:
Sei disposto a scoprire chi sei realmente, al di là di ogni pensiero, emozione, sensazione, ruolo, storia personale?
E sei disposto a fare il lavoro necessario - non domani, non quando avrai più tempo, ma oggi - per quel viaggio?
Se la risposta è sì - un sì pieno di sobria determinazione, non di entusiasmo superficiale che svanisce in tre giorni - allora siediti. Chiudi gli occhi. E inizia.
Non domani. Oggi. Adesso.
Mouni Sadhu ti sta aspettando non a pagina uno del libro, ma nel silenzio della tua coscienza, dove la vera lettura inizia quando tutti i libri sono stati chiusi.
"La supercoscienza non è un dono riservato a pochi eletti, ma il destino naturale dell'umanità che ha il coraggio di guardare oltre le illusioni della mente ordinaria. Ma quel coraggio deve essere accompagnato da preparazione, disciplina e onestà implacabile. E soprattutto, da pratica quotidiana."— Mouni Sadhu, Samadhi



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